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La
litofacies romagnolo-marchigiana, che sembra contenere lo stesso numero
di intervalli gessosi della "Vena del gesso" e le stesse peliti eusiniche,
può considerarsi una continuazione dello stesso bacino evaporitico
ma occupante una zona dove le acque erano più profonde e quindi
una zona piť distante dalla costa. La formazione dei banchi di gesso potrebbe
in tale caso essere stata in parte di origine in posto e in parte risedimentata
per arrivo di materiale detritico gessoso dalle aree più costiere
mediante il meccanismo delle frane sottomarine, le stesse che regolano
le sequenze torbiditiche. La "Gessoso-soltifera" sia emiliana, sia romagnolo-marchigiana,
é ricoperta dalla "Formazione a colombacci" pure del Messiniano.
Con il termine colombacci si intende una successione di straterelli calcarei
marnosi di colore biancastro in strati piano-paralleli dello spessore
di pochi decimetri, separati da sottili livelli argillosi. Essi costituiscono
un orizzonte guida perché si ritrovano nella stessa posizione stratigrafica
su vasti territori e formano un complesso argilloso-marnoso che ricopre
a tetto la "Gessoso-solfifera". La presenza di questi dopositi sta a significare
che ad un certo momento il bacino evaporitico romagnolo cessa di esistere.
Prima viene sommerso da acque dolci, poi da acque salmastre ed infine
da acque marine atlantiche che superano in maniera massiccia lo stretto
di Gibilterra. Finisce così il Messiniano ed ha inizio il ciclo
del Pliocene durante il quale si manifestano importanti movimenti orogenetici
che fanno emergere gran parte dell'Appennino romagnolo.
Con il Quaternario, l'ultimo periodo della storia della Terra, all'ambiente
marino che persisteva ancora in tutta la pianura romagnola, subentrarono
via via ambienti salmastri e continentali che con i loro sedimenti colmarono
definitivamente il bacino padano. Durante tutte queste vicende geologiche,
la "Gessoso-solfifera" venne sepolta, piegata e dislocata. Non si trattò
solo di eventi di natura meccanica ma anche di natura fisico-chimica ai
quali si associò l'attività dei batteri solfato-riduttori.
Si innescarono cos“ reazioni che liberarono lo zolfo che era contenuto
nel gesso o nell'anidrite sotto forma di solfato di calcio.
Lo zolfo, secondo gli studi più recenti, non si concentrò
nei suoi giacimenti per migrazione ma per trasformazione in posto del
gesso ad opera dei batteri. Perché il meccanismo potesse funzionare
i batteri dovevano agire in presenza di idrocarburi (idrogeno più
carbonio) che si liberavano dalle peliti eusiniche. Il risultato finale
era la produzione di carbonato di calcio o calcite, di acido solfidrico
e acqua. L'acido solfidrico veniva poi ossidato e si depositava lo zolfo.
In tal caso lo zolfo si associava alla calcite dando luogo al calcare
solfifero o pietra solfifera. Il calcare associato allo zolfo, a differenza
del calcare di base, risulta così di origine secondaria. Lo si
riconosce comunque dal suo grado di cristallinità, dalla mancanza
di qualsiasi tessitura primaria, dalla porosità e dai rapporti
isotopici del carbonio che sono simili a quelli del carbonio degli idrocarburi
e sono diversi da quello della calcite marina. A questo tipo di genesi
dello zolfo (ipotesi epigenetica), cioé formazione dello zolfo
in tempi successivi alla deposizione del gesso, si contrappone l'ipotesi
singenetica, cioé formazione dello zolfo contemporaneamente alla
deposizione del gesso. In ambedue i casi però lo zolfo che si forma
ha una composizione isotopica diversa per essere stato comunque metabolizzato
da organismi quali appunto i desolfobatteri. Infatti anche nella seconda
ipotesi (origine singenetica), la riduzione del gesso ad opera dei batteri
sarebbe avvenuta quando esso era ancora in soluzione nella laguna evaporitica.
I batteri producevano nell'ambiente anaerobico vicino al fondo della laguna
l'idrogeno solforato che risalendo verso la superficie raggiungeva il
livello aerato e veniva parzialmente ossidato. Sarebbe perciò precipitata
al fondo una melma composta di zolfo e di carbonato di calcio che si produceva
in concomitanza. Con l'aumentare della concentrazione salina nella laguna,
I'ambiente sarebbe diventato tossico per i desolfobatteri che cessavano
cos“ la loro attività.
Allora si aveva una normale sedimentazione di gesso. Gli studi condotti
sui giacimenti zolfiferi italiani non escludono che ambedue le ipotesi
sopra illustrate possano essersi indifferentemente verificate. Nelle miniere
di zolfo del Cesenate il calcare solfifero si intercala tra il calcare
di base e i banchi di gesso soprastanti. Nella miniera di Formignano lo
strato zolfifero aveva uno spessore medio di m 1,50 con un contenuto di
zolfo del 15%. A Formignano inoltre la coltivazione presentava difficoltà
a causa del limitato spessore dello strato solfifero che obbligava l'abbattimento
(sghiolatura) delle marne bituminose interposte tra lo stesso strato solfifero
e il primo strato di gesso (segoncello) per consentire il lavoro in posizione
eretta dei minatori. Nella miniera di Sant'Apollinare la parte mineralizzata
era costituita da argille nere e ghioli impregnati di noccioli di zolfo
e di straterelli calcarei con zolfo detti righetta (corrispondente allo
zolfo soriato della Sicilia). Sempre nella stessa miniera si passava da
larghe fasce sterili (cavalli di gesso), a zone dove anche il segoncello
era mineralizzato. Nel gruppo delle miniere della Boratella, lo strato
mineralizzato era costituito essenzialmente da marna solfifera ma talvolta
passava allo stato di calcare puro e di gesso. Si avevano cosi alternanze
di zone ricche (fosse) e di zone sterili (cavalli di gesso). Nelle miniere
cesenati lo strato solfifero comunque si interponeva sempre tra il cagnino
a letto e il segoncello a tetto. Undici strati di gesso (seghe di gesso)
con altrettanti strati di marne intercalate coprono ovunque i depositi
zoltiferi. Nel secolo scorso nella zona di Formignano, sulla base degli
studi di Giuseppe Scarabelli, fu seguita in dettaglio la successione stratigrafica
in occasione dell'esecuzione di un pozzo.
I terreni, dal basso verso l'alto, avevano le seguenti caratteristiche
litologiche: a) pietra zolfifera che si univa al basso col il calcare
detto cagnino: spessore m 3,00; b) undici strati (seghe) di gesso compatto
con intercalazion di marne: spessore complessivo m 13,80; c) marne con
masse sferoidali di gesso cristallizzato: spessore m 49,50; d) gesso in
grosso strato (segone): spessore m 1,60. Ciclo dello zolfo Al di sopra
di queste stratificazioni si avevano altri strati marnosi con cogoli di
gesso, noduli di zolfo e venature di gesso fibroso (sericolite) per uno
spessore totale di m 32,13. Si tratta di spessori che vanno leggermente
ridotti in quanto il complesso di tutti questi terreni presentava un certo
grado di inclinazione. I minatori cesenati, come riferiva già Luigi
Ferdinando Marsili nel 1676, conoscevano alla perfezione la successione
degli strati nelle zone minerarie. Quando scavavano i loro pozzi seguivano
e contavano con cura i vari banchi gessosi al loro apparire durante i
lavori.
Così nella zona di Casalbuono il secondo strato di gesso, partendo
dall'alto verso il basso, era detto sega morta, il quinto aveva il nome
di sega dei nodi, il sesto sega grossa, il settimo sega rossa, il decimo
sega maestra e l'unidicesimo coperchione. In conclusione nel caso delle
miniere del Cesenate la mineralizzazione a zolfo é localizzata
in un orizzonte ben preciso anche se distribuita in maniera discontinua.
Ricordando inoltre che nessun giacimento di zolfo é presente nella
"gessoso-solfifera" della Romagna occidentale , dove predomhiano le facies
di gesso selenitico, si potrebbe invocare, per i giacimenti della Romagna
orientale, una origine singenetica in un ambiente più lontano dalla
linea di costa quando si instaurò il bacino evaporitico. Nelle
miniere del territorio marchigiano, da Perticara a Cà' Bernardi,
la concentrazione dello zolfo oltre ad essere presente nello stesso orizzonte
delle miniere cesenati, si ritrova anche nei gessi soprastanti e in connessione
a faglie e a fratture. Si potrebbe cos“ ipotizzare che ad una prima fase
singenetica di deposizione dello zolfo sarebbe seguita una seconda fase
epigenetica indotta dal riattivarsi, attraverso le faglie, di una circolazione
di acque ossidoriducenti che innescando un adeguato ambiente batterico,
provocarono una ulteriore trasformazione dei gessi con deposizione di
nuovo zolfo.
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