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COME E QUANDO
GIACIMENTI DI ZOLFO
SI FORMARONO I
NEL CESENATE


































 
Nel 1962, con la chiusura definitiva della miniera di Formignano presso Borello, cessò per sempre nel Cesenate un'attività mineraria la cui origine si perde nell'antichità, forse in epoca romana. Si tratta della estrazione dello zolfo, un elemento utile per l'uomo perché di uso continuo nell'industria, nell'agricoltura ed anche nella medicina.

Lo zolfo si trova associato nel Cesenate ad un banco calcareo riconosciuto sia in superficie, sia in vaste parti del sottosuolo, banco di spessore intorno al metro e in casi più favorevoli anche di qualche metro. Cristallo di zolfo La pedra, usando un termine dialettale dei minatori, o la pedra di zolfo, come veniva indicata nel sec. XVII dal naturalista bolognese Luigi Ferdinando Marsili, giace alla base di una successione di strati di gesso e di marne costituenti la formazione geologica denominata "Gessoso-solfifera" del Miocene superiore (Messiniano).

Tali sedimenti si sono deposti in un ambiente marino-lagunare tra 6,6 e 5,1 milioni di anni fa (datazione radiometrica). La "Gessoso-solfifera" poggia verso il basso ed é ricoperta in alto da altre formazioni geologiche pure del Messiniano denominate rispettivamente "Formazione di letto, tripoli e marne tripolacee"e "Formazione a colombacci". La prima formazione é costituita da sottili sequenze torbiditiche e non torbiditiche caratterizzate nel primo caso da arenaria-pelite e nel secondo caso da peliti emipelagicihe cioé da fanghi che si deponevano nelle conoidi sottomarine lungo la scarpata continentale tra una sequenza torbiditica e l'altra. Ad un certo punto di questa serie di terreni basali diventa prevalente la componente marnoso-argillosa che i minatori romagnoli indicavano con il nome di ghioli di letto o marne di letto. Nella parte più alta di tale successione di strati che soggiacciono alla "Gessoso-solfifera", si ha una netta predominanza della componente marnoso-argillosa, nota nel gergo minerario come ghioli rigati bianchi, spessa alcune decine di metri e corrispondente ai tripoli e alle marne tripolacee della letteratura geologica. Si tratta di una alternanza di strati marnoso-argillosi bituminosi e di biosiltiti silicee biancastre fossilifere ricche di resti di alghe (Diatomee) e di altri organismi unicellulari (Radiolari) e di Pesci.

L'ambiente di deposizione di questi ultimi terreni non era più di mare profondo, come quello dei terreni sottostanti, ma evolveva, a seguito di una generale regressione marina che aveva interrotto anche le comunicazioni tra il Mar Mediterraneo e l'Oceano Atlantico, ad un ambiente marino di tipo neritico sempre meno profondo. Si aveva cosi una circolazione di acque marine molto ristretta che permetteva la fioritura algale i cui resti, costituiti da frustuli silicei, piovevano sul fondo marino insieme al fango, Foraminiferi e Pesci. Lo strato di acqua superficiale si isolava sempre più da quello di fondo che non venendo adeguatamente ossigenato diventava anossico, asfittico e quindi riducente. In tali condizioni riducenti o anaerobiche, dette anche eusiniche (da Euxinus, nome romano del Mar Nero, in cui si trovano attualmente queste condizioni ambientali), la sostanza organica caduta sul fondo poteva conservarsi ed in parte essere trasformata dai batteri anaerobici in una fanghiglia nerastra bituminosa.

I complessi litologici qui sopra indicati vengono pure denominati complessi pre-evaporitici perché denunciano l'instaurarsi di un bacino marino-lagunare evaporitico entro il quale si depositeranno prima un gruppo di livelli calcarei (calcare di base o cagnino secondo la terminologia dei minatori) e poi una sequenza di strati di gesso (detti seghe di gesso) alternati da sottili stratificazioni marnoso-argillose con resti di foglie e altri organismi (ghioli). Nella Romagna orientale, entro cui si trova il Cesenate, tra il calcare di base e i gessi soprastanti si interpone un banco di calcare solfifero, fenomeno che non si riscontra nella Romagna occidentale in corrispondenza della caratteristica "Vena del gesso" dove al calcare di base fa seguito una quindicina di strati di gesso alternati da livelli di peliti o fanghi eusinici bene spesso ricchi di impronte di foglie fossili. Sorge quindi il problema della genesi dello zolfo nella "Gessoso-solfifera" tra le valli del Montone e del Marecchia ed anche nelle Marche settentrionali dove furono aperte numerosissime miniere di zolfo, attualmente però tutte abbandonate chiuse. Per quanto riguarda il calcare di base, esso ha una grande estensione areale e si ritrova dalla Romagna alle Marche e alla Sicilia nella stessa formazione del Messiniano. Nella Romagna occidentale, dove sono presenti in affioramento i tipi litologici pi costieri, il calcare di base é suddiviso in strati molto sottili formati da resti fossili di guaine o tubuli che rivestivano i filamenti di alghe. Si ha così un deposito con struttura a stromatolite algale che si forma ancora oggi negli ambienti a tappeti algali di certe baie e lagune intertropicali. Anche se questi complessi carbonatici non possono ancora considerarsi veri e propri depositi evaporitici, tuttavia dimostrano l'avvenuto instaurarsi di un bacino in cui si é ridotto o gi cessato anche l'afflusso di acque marine e l'evaporazione non più compensata, fa calare il livello del mare di varie centinaia di metri.

Successivamente, sempre nell'area della Romagna occidentale, nelle zone di bacino più vicine alla costa, i primi cristalli di solfato di calcio idrato (gesso selenite) tendevano ad invadere i tappeti algali dando cosi inizio alla fase evaporitica vera e propria, fase che sarà più volte interrotta e ripresa. Le interruzioni sono provate dalla presenza nella "Gessoso-soltifera" di varie intercalazioni di marne e argille (peliti eusiniche) che documentano appunto una avvenuta diluizione del bacino evaporitico per l'afflusso di acque marine dall'Oceano Atiantico e una conseguente deposizione di sedimenti detritici molto fini. Lungo i bordi del bacino, dove più attivi erano gli apporti di acque dolci fluviali, si depositavano, in mezzo alle argille, letti di foglie e frustuli vegetali. Inoltre con l'arrivo di queste acque dolci e calciche continentali si induceva anche una precipitazione di carbonati di calcio ricchi in mognesio. Nella Romagna orientale il calcare di base contiene una successione ritmica di calcare dolomitico, dolomie, calcareniti oolitiche, brecce calcaree intraformazionali e carbonati con stromatoliti. Al contrario di quanto succede nella Romagna occidentale, la sequenza di strati gessosi che ricopre nel settore cesenate, nella Romagna orientale e nelle Marche, il calcare di base, é formata da un tipo di gesso a grana fine, stratificato, screziato di bianco, bruno o violaceo. Domina cioé il cosiddetto gesso balatino ed é quasi assente il gesso selenite in macrocristalli. Si individuano così due litofacies della "Gessoso-solfifera": la litofacies emiliana, composta in prevalenza da gesso macrocristallino (selenite) e la litofacies romagnolo-marchigiana caratterizzata dalla presenza di gesso microcristallino stratificato (balatino) e da sabbie gessose (gessarenite).
La distribuzione areale delle due litofacies non é molto netta. Per esempio nelle colline a ridosso di Cesena, da Massa, a sud di Diegaro, alla Madonna del Monte e a Cà Briganti tra il rio Marano e il rio Cesuola, si hanno affioramenti della litofacies emiliana. E' interessante far notare che i giacimenti di zolfo non si trovano nella litofacies emiliana ma in quella romagnolo-marchigiana. Sulla base delle distribuzioni areali delle due suddette litofacies possibile eseguire una ricostruzione paleogeografica del bacino evaporitico che alcuni milioni di anni fa, come già si é detto, si era impostato in questa parte della Romagna. In tale bacino con dominante deposizione di gesso (ciclo evaporitico solfato-clastico), la litofacies emiliana rappresenta un deposito di sebkha (laguna arida) dove la selenite si poteva depositare direttamente sul fondo che periodicamente si disseccava.