Miniera di Formignano: motoraduno organizzato dal C.R.A.L. aziendale nel
1954.
Impiegati e minatori in gita aziendale alle cascate delle Marmore il 21
ottobre 1956.


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Nel sottosuolo la giornata era divisa in tre turni, i primi due
erano destinati alla produzione mentre il terzo, notturno, era riservato
alla manutenzione. Non vi era intervallo per il pasto quindi quello che
ognuno si portava nello "sacapen" veniva consumato nei brevi momenti di
pausa. Stranamente nella "buga" quello stesso cibo assumeva un gusto
che se riportato all'esterno diventava immangiabile.
Gli anni '50, furono teatro di diverse lotte per il rinnovo dei contratti
di lavoro e di altre rivendicazione da parte dei lavoratori. Una rilevante
contestazione si sviluppò quando l'azienda, per motivi di sicurezza,
impose l'uso dell'elmetto nel sottosuolo. I minatori si rifiutarono di
indossarlo adducendo il motivo, in parte vero, che la larga tesa di questo
picchiava da tutte le parti "facendo risuonare la testa come una campana".
Dopo lunghe peripezie si giunse ad un compromesso con l'adozione di elmetti
senza tesa. Le gallerie, dove ciò si rendeva necessario, erano
armate con puntelli e tavole di legno che ne sostenevano la volta per
evitare crolli.
Crolli che poi venivano favoriti, disarmandole, quando non erano più
utilizzate. L'acqua, presente in miniera, si raccoglieva nei livelli
bassi da dove veniva pompata fino all'11òlivello. Di qui, tramite
una cunetta che lo percorreva, si riversava in un deposito ai piedi della
discenderia. Vecchie pompe a pistone poi, attraverso una conduttura posata
lungo le scale di emergenza, riversavano l'acqua all'esterno. I livelli,
misurati su un piano inclinato, distavano fra loro circa 50 mt. ed erano
percorsi da gallerie.
Fra le ultime due gallerie, del livello inferiore "carreggio" e
del livello superiore "riflusso", vi erano i cantieri di estrazione
detti " e lugh" così predisposti: dalla galleria inferiore,
ogni 50 mt., partiva una dorsale ( piccolo liscione ) che, risalendo lungo
lo strato dello zolfo, arrivava alla galleria superiore. Queste dorsali
erano collegate tra loro da due gallerie orizzontali dette "costole"
distanti, l'una dall'altra. circa 20 mt. Era da queste ultime che, risalendo
verso l'alto con un fronte di 2 mt., partiva l'estrazione. L'estrazione
avveniva, nella quasi totalità, attraverso l'esplosione delle mine
inserite in una serie di fori, che il minatore, con perizia e maestria,
praticava sullo strato di minerale servendosi di un martello pneumatico
ad aria compressa. Quest'aria, a 5 atmosfere, era fornita da compressori
installati all'11° livello. Le mine venivano fatte brillare, all'inizio
di ogni turno di lavoro nei cantieri ed al termine negli avanzamenti di
nuove gallerie, con una cadenza tale da permettere, al minatore, di
contare gli scoppi delle esplosioni per potere verificare, così,
eventuali mine inesplose. Se ciò avveniva era indispensabile avvertire
il collega del pericolo incombente.
Il minerale estratto veniva trasportato, su di un piccolo carrello
"carriulen", lungo la costola sino alla dorsale, dove veniva
scaricato e fatto scivolare in una tramoggia. Da questa i carreggiatori
"carzadur" riempivano i carrelli che spingevano fino al liscione
in cui un argano, posto alla sua sommità, li trainava sino all'11°livello.
Un locomotore ad accumulatori ( esisteva al medesimo livello una
sala attrezzata per la loro ricarica ) li trainava in seguito, lungo l'11°
livello, alla discenderia da dove sarebbero risaliti in superficie. I
carrelli, trainati dall'argano, uscivano velocemente dalla discenderia,
qui venivano ricevuti dall'addetto "tacador" che, correndogli appresso,
afferrava la fune con una mano mentre con l'altra svitava velocemente
il dado del chiavistello sganciandolo. Successivamente, per non essere
investito, il "tacador" si spostava rapido e, tenendo la fune ben
tesa, permetteva ai carrelli di passare sotto a quest'ultima ed arrivare,
per inerzia, al sito loro assegnato.
Questo lavoro, con un po' di fantasia poteva essere paragonata a quello
di un torero nell'affrontare il toro nell'arena.
Il duo "Pacon" e "Noci" sono stati gli ultimi "tacador"
anche per questo, oltre per la loro indubbia bravura e simpatia, rimangano
i più ricordati. Straordinaria la grinta che metteva ognuno di
loro quando gli si presentava l'occasione di potere scrivere sulla lavagnetta,
posta all'ingresso della discenderia, il nuovo record del numero dei carrelli
"tirati" nel proprio turno. I carrelli poi, spinti a mano dai carreggiatori
"carzadur" o trainati da muli, erano portati nel piazzale dei forni
dove venivano vuotati facendo perno con la schiena. Il minerale, destinato
ai forni, veniva ripulito dalle impurità e setacciato.
Con i residui di questa operazione, impastati con acqua, si ricavavano
dei pani "pagnoti" che, messi ad asciugare, venivano successivamente
utilizzati quali riempitivi finale dei forni. I forni Gill erano
celle cilindriche in mattoni chiuse a cupola con un'apertura all'estremità
superiore per il loro riempimento. Le celle erano costruite su di un piano
che declinava verso un'altra apertura per poterle vuotare.
Venivano utilizzate abbinate in batterie da quattro in tal modo, mentre
una cella fondeva, una veniva accesa, una veniva riempita ed una veniva
vuotata. Le celle della stessa batteria erano collegate tra loro da
condotti muniti di valvole le quali, oltre che controllare l'uscita dei
fumi caldi della combustione dalla cella accesa per ottenere la migliore
resa, indirizzavano questi fumi verso quella pronta per la fusione accendendola.
Questi fumi venivano poi espulsi dal camino di cui ogni batteria era dotata.
Le batterie erano otto più una a sei forni per un totale di
trentotto celle divise in due settori, ventidue nel primo e sedici nel
secondo "e mont".
Dopo qualche giorno dall'accensione, da un foro praticato nella parete
che chiudeva l'apertura inferiore, fuoriusciva lo zolfo fuso che raccolto
in stampi solidificava in pani "furmet". Terminata la fusione la parete
veniva abbattuta e, tramite la marra ed il badile, il rosticcio "brusadeza"
, veniva caricato su carrelli che, spinti a mano, erano condotti
in discarica. Quando tutti i forni erano esauriti il minerale in eccedenza
veniva versato, senza essere ripulito, nei calcaroni costruiti
nel dopoguerra per far fronte all'aumentata produzione. Questi erano invasi
rotondi, scavati nel terreno, rivestiti di mattoni la cui base declinava
verso un'apertura sulla parete. Prima di iniziare il loro riempimento,
per favorire lo scorrimento dello zolfo fuso, la base veniva coperta da
grossi pezzi di minerale con i quali si costruivano anche tre chiaviche
di cui una raggiungeva l'apertura mentre le altre confluivano su questa.
Chiusa l'apertura con un muro a secco dello stesso minerale seguito a
poca distanza da uno in mattoni, si riempiva l'invaso.
Si completava l'operazione versandovi sopra, con l'ausilio di un argano
e carrelli, altro minerale fino a formare una cupola che, per limitare
l'uscita dei fumi della combustione e migliorare il rendimento, veniva
ricoperta con un leggero strato di ginesie "cazofra" Dalla cima,
lasciata libera per l'uscita dei fumi, si procedeva all'accensione servendosi
di fascine di legno. Si dava così inizio al processo di fusione.
A suo tempo poi si praticava un foro nella parete e tutto procedeva come
per i forni Gill. Quando, circa dopo un mese, il calcarone si era esaurito
si abbatteva la parete di chiusura ed aveva inizio lo svuotamento.
Questo lavoro era svolto da un arganista che, tramite un argano a frizione
"Skraper", azionava una benna trainata da funi, che, entrando nell'invaso,
trascinava il rosticcio dentro un carrello, che veniva scaricato in discarica.
Negli anni '50, per potere sfruttare tutto il minerale, fu installato
un frantoio per polverizzare quello che, avendo un basso contenuto
di zolfo, non era conveniente fondere. Questo minerale veniva poi spedito
per non so quale utilizzo.
Nel 1962 tutto questo finì. Delle maestranze: chi fu trasferito
in stabilimenti della Montecatini, la stessa società proprietaria
della miniera, chi, avendo maturato i requisiti, poté andare in
pensione, chi si licenziò. Gli ingressi che conducevano nel sottosuolo,
così come quelli dei tunnel dei forni, furono chiusi con gettate
di cemento o riempiti da tonnellate di terra. Tutte le costruzioni
del complesso minerario furono abbandonate ed ebbe così inizio
il loro degrado. Con la chiusura della miniera cessavano anche quelle
attività promosse dal C.R.A.L.(circolo ricreativo aziendale lavoratori)
quali gite, feste, raduni motociclistici, balli ecc. che tanta partecipazione
avevano riscosso.
Segui poi la chiusura del circolo Dopolavoro, locale riservato
quasi esclusivamente ai giovani mentre gli adulti si dividevano nei due
circoli del paese, "Kremlino e "Rimbomba". Al Dopolavoro erano abbinati
la pista " piattaforma" utilizzata sia per il ballo che per il pattinaggio
ed il campo da tennis, uno dei pochi del cesenate realizzato, a quei tempi,
in terra rossa. Il circolo disponeva: di una biblioteca, dell'abbonamento
a giornali sportivi e riviste, di vari giochi, di una discoteca ben fornita,
del televisore (il primo del paese) ma soprattutto era frequentato
dalle ragazze (questo non era ben visto dal Parroco dell'epoca!), l'insieme
di questi elementi lo rendevano il "locale dei giovani" e tale rimase
anche quando, con l'arrivo delle prime "Vespe" e "Lambrette", si avevano
più possibilità di evasione.
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