Home page Le Pubblicazioni I Personaggi Lo Zolfo Il museo Il Notiziario Le Foto  Le Miniere   




   AMARCORD di FORMIGNANO

     di Leopoldo Fantini



Ex minatori della miniera di Formignano. Da sinistra: Gino Gattamorta-Plota, Urbano Cucchi-Bitti, Aldo Cucchi-Mundizin, Secondo Dell'Amore-Sironi, Gino Fantini-De'Gaspar, Armando Fantini-Lustren. In basso: Severi-Piron
e Leopoldo Fantini autore del testo.





Miniera di Formignano, anno 1910: foto di gruppo di impiegati e dirigenti della miniera con i propri familiari. La terza bambina da sinistra é Desolina Bugli, che diventerà impiegata della Soc. Montecatini nella miniera di Formignano.







Minatori di Formignano e loro familiari in gita a Cesenatico il 15 luglio 1951.





Questo breve scritto è frutto di ricordi indelebili di chi, come me, ha lavorato nella miniera di Formignano. Ricordi che cercheranno di tracciare i passaggi più salienti che hanno caratterizzato molte esistenze in miniera, presentando un quadro, di com'era strutturato il complesso minerario in oggetto. Un grazie ad Armando Fantini "Lustren", Gino Gattamorta "Plota", Aldo Cucchi "Mundizin", Urbano Cucchi "Bitti", Carlo Fratti "Vighén", Gino Fantini "De'Gaspar", Otello Severi "Piron", Secondo Dell'Amore "Sironi". Negli anni '50, periodo a cui faremo riferimento, la miniera era diretta dall'ing. Ordan, persona molto seria e raramente portata al sorriso, con il quale collaboravano alcuni capiservizio, a loro volta, agevolati dall'opera di sorveglianti "capurel".

Le mansioni amministrative erano espletate da alcuni impiegati con a capo il rag. Murgia. Delle circa 400 maestranze in attività, la maggioranza lavorava nel sottosuolo "la buga" le restanti, operanti all'esterno, erano in gran parte preposte alla conduzione dei forni mentre altre, quali: falegnami, fabbri, meccanici, elettricisti ecc. curavano tutto quello che il mestiere imponeva loro sia all'esterno che nel sottosuolo.
L'attività lavorativa all'esterno si svolgeva in un unico turno, dalle ore sette alle ore sedici, con un'ora di intervallo per il pranzo. Facevano eccezione coloro che operavano in connessione con il lavoro del sottosuolo e gli addetti alla fusione dello zolfo, costoro operavano in tre turni.

Come tutti i complessi industriali anche la miniera di Formignano necessitava di energia elettrica, a tale fine si utilizzava una linea aerea a 6000 volt che partiva dalla cabina del "Fabbricone". Con un cavo, posato lungo la discenderia, l'energia raggiungeva poi la cabina del sottosuolo e, tramite un'ulteriore linea aerea, arrivava ai tiri "Tontini", "Caminon" e "Confino". Successivamente quest'ultima veniva fatta pros
eguire fino a Monte Mauro dove iniziava la perforazione del pozzo che, con i suoi 270 metri, avrebbe raggiunto l'11° livello. Questo permise, in seguito, di essere utilizzato anche dagli operai provenienti dai paesi limitrofi quali Tessello, Polenta e Collinello che, videro così, alleviati i disagi che dovevano affrontare percorrendo ogni giorno diversi Km. di sentieri sconnessi lungo i ripidi pendii della Busca per raggiungere la miniera.

Per le emergenze era disponibile un gruppo elettrogeno da 150 KW a 6000 volt. Questa tensione veniva trasformata, in tutte le cabine, a 500 volt e serviva ad alimentare gli apparati della miniera stessa. Telefoni stagni "B.L." installati alle estremità dei liscioni, della discenderia e nei tiri Confino e Busca, garantivano i collegamenti telefonici. La discenderia era l'entrata principale della miniera: lunga 520 m. con una pendenza variabile dal 45 al 35 %, terminava all'11° livello da dove iniziava la galleria principale che, attraverso i suoi 3 Km di lunghezza, raggiungeva il pozzo di M. Mauro.

Una seconda galleria, utilizzata come uscita di emergenza "le scale", partiva dall'esterno e, fiancheggiando a breve distanza la discenderia con un percorso stretto e tortuoso, terminava anch'essa all'11° livello. Nella miniera l'aria entrava attraverso la discenderia, le scale, ed il pozzo favorita dal riflusso esercitato dai tiri: riflusso che, guidato tramite porte installate nelle gallerie durante i turni, per diverse ore di lavoro, veniva forzato da potenti aspiratori posti all'esterno. Piccoli aspiratori, a loro volta, operavano nelle perforazioni di nuove gallerie. Tutti i carrelli, sia all'esterno sia nel sottosuolo, si spostavano su rotaie così come quello speciale denominato "corriera". Sulla "corriera", che conduceva i lavoratori lungo la discenderia fino all'11° livello, si saliva in nove; quest'ultima, era provvista di un sistema di sicurezza che, in caso di rottura della fune, l'agganciava alle rotaie. L'11° livello doveva essere percorso a piedi per raggiungere la propria postazione di lavoro.
Qui gli operai si spogliavano per indossare gli indumenti di lavoro che, considerando il loro grado di usura e degrado sembrava non fossero mai emersi dalla "buga".

Nessuno però visto il loro utilizzo vi prestava attenzione. Solo se qualcuno, da uno degli strappi del suo "vestiario" faceva mostra dei suoi "attributi" poteva scattare la battuta scherzosa a cui seguiva una risata generale. L'inconveniente si risolveva con una cucitura provvisoria che già si sapeva essere definitiva. Dalla galleria principale, distanziati fra loro qualche centinaio di metri, partivano tre liscioni ( gallerie con una pendenza del 30/35% ) che terminavano al medesimo livello in cui, in quel periodo, erano in attività i cantieri di estrazione. Alla chiusura della miniera il 1° liscione terminava al 17° liv, il 2° al 18°liv., il 3° al 19°liv.. Da questi livelli, per ricerche e sondaggi, partivano altri liscioni, più piccoli, che raggiungevano il 21° e 22° livello.

Prima che anche al 3° liscione, dove si concentravano la maggioranza dei lavoratori, si adottassero gli stessi carrelli o "corriere" della discenderia, molti operai escogitarono un sistema ( proibitissimo ma per questo non utilizzato ) che consisteva nello scivolare lungo il liscione rannicchiati su di una tavoletta posta su una rotaia. I piedi, uno avanti all'altro appoggiati sulla rotaia stessa fungevano da freno e, mentre una mano sosteneva la lampada ed in grembo era appoggiato"e sacapen", la maschera e quant'altro, l'altra mano, agile ed esperta, scivolava sulla rotaia parallela mantenendo cosìil corpo in equilibrio.